Il silenzio e la giovinezza di Maria nella Pietà di Michelangelo

1. La Pietà di Michelangelo

Il meraviglioso capolavoro conosciuto in tutto il mondo col nome della Pietà di Michelangelo è una scultura realizzata in marmo bianco di Carrara da colui che è considerato giustamente dagli esperti, come il più grande scultore di tutti i tempi, Michelangelo Buonarroti. La Pietà, conservata presso la Basilica di San Pietro, in Vaticano, è stata realizzata tra il 1498 e il 1499, quando Michelangelo aveva circa 22 anni, ed era ancora agli inizi della sua straordinaria carriera artistica. Michelangelo ha scolpito altre 3 Pietà rimaste però incompiute. Questa è anche l’unica opera cui lo scultore appone la sua firma nella fascia che attraversa il busto della Vergine. Il gruppo marmoreo venne commissionato allo scultore fiorentino dal cardinale Jean de Bilhères per il suo monumento funebre che sarebbe stato collocato nel mausoleo di Santa Petronilla annesso alla Basilica Vaticana. Le rappresentazioni nel Nordeuropa, dove la Pietà ebbe origine, seguivano uno schema a croce, con il corpo della Madonna in posizione verticale e rigida, mentre il corpo di Cristo in orizzontale. Michelangelo, grande innovatore della scultura, dona alla storia un’opera in cui recupera la realtà e plasticità delle forme, la naturalezza e fisicità dei corpi, l’eleganza e la maestosità delle proporzioni.

2. Una leggerezza e armonia di forme?

Un noto critico d’arte sostiene che “non c’è nessun dubbio che essa (La Pietà) rappresenti un’assoluta novità. Con una leggerezza e armonia di forme senza precedenti”. Partiamo da queste ultime parole per lasciarci ispirare da questa meravigliosa opera.

Una leggerezza di forme
Questa affermazione sembra da subito in contraddizione con il carattere dell’evento storico che l’opera esprime, raccoglie e accoglie in sé. Perché quest’opera fissa nella pietra di marmo tutta la “pesantezza” di un evento storico drammatico, terribile e tragico: la crocifissione di un uomo giusto insieme a due malfattori! Siamo di fronte ad un uomo, Gesù di Nazareth, che si è proclamato Figlio di Dio e quindi Dio.
Gv 10,30: “Io e il Padre siamo una cosa sola”.
Gv 14,8 – 10 “Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: «Mostraci il Padre»? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me?
Gv 14,6 Disse Gesù: “Io sono la via, la verità e la vita.”
Quest’uomo, che ha pronunciato queste parole, è stato condannato alla più infamante delle morti, come un maledetto, un infame, un menzognero. La sua crocifissione è avvenuta fuori della Città Santa, Gerusalemme. Lui che, proclamandosi Dio, si è proclamato come il puro per eccellenza, il santo dei santi, è morto come un maledetto fuori della Città Santa per non intaccare la purezza di questo luogo. Visto con gli occhi umani, siamo di fronte dunque, al più grande fallimento della storia.

Quale pesantezza!
Se consideriamo poi cosa avveniva solitamente durante le crocifissioni e accanto a Gesù vi erano due malfattori crocifissi con Lui, questa pesantezza si acuisce e cresce. Seneca afferma che “quanti venivano crocifissi imprecavano il giorno in cui erano nati; imprecavano contro i carnefici, la propria madre, e perfino sputavano su chiunque li guardasse”. Cicerone asserisce che “talvolta si era costretti a recidere la lingua dei condannati per mettere fine alle loro orrende bestemmie”. Una pesantezza che collide con la leggerezza di forme evidenziata dalla critica d’arte nell’opera su cui stiamo riflettendo.

Armonia di forme
Consideriamo ora la seconda parte dell’affermazione che stiamo commentando: “Armonie di forme”. Anche qui sembra emergere una grande contraddizione. Nell’evento storico noi siamo di fronte ad una sfigurazione della persona di Gesù. Sul Monte Tabor Gesù si è trasfigurato. Sul Monte Calvario Gesù è stato sfigurato. Una sfigurazione cominciata nella flagellazione e che ha avuto il suo terribile vertice nella crocifissione. Sul Monte Tabor Pietro disse a Gesù: “Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia” (Mt 17, 4). Qui, sul Monte Calvario, Pietro è scappato come un codardo ed è rimasta la Madre, Giovanni e alcune donne e non c’è nulla di bello da vedere con gli occhi umani se non un corpo e un volto sfigurati. Dov’è l’armonia di forme? Ma allora perché questa armonia e leggerezza di forme senza precedenti in questa meravigliosa opera? Perché Michelangelo ci dona un Gesù con un corpo per nulla piagato e sfigurato, dove i segni della crocifissione sono solo appena accennati, con un volto che esprime nobiltà, quasi fosse il volto di un nobile principe? Credo che la risposta la troviamo nelle parole di Gesù pronunciate dalla croce: “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc 23, 34). La risposta è il perdono e cioè la più alta e profonda espressione dell’Amore; il perdono la più chiara e luminosa manifestazione dell’Amore. L’amore libera, l’amore rinnova, l’amore fa nuove le cose, l’amore dona la vita; l’amore rende l’anima leggera, bella, armoniosa. Il Perdono allora genera la bellezza, quella bellezza che salva e salverà il mondo. Il Perdono genera quella bellezza che Michelangelo ha voluto fissare, come in un’icona, in questa meravigliosa opera che, pur nella sua staticità marmorea, esprime con delicatezza, ma al medesimo tempo forza, il movimento potente dell’amore, che si fa perdono e che rinnova, fa rinascere, libera, fa nuova ogni cosa. Comprendiamo allora le parole della critica in riferimento alla Pietà: “La tragedia si stempera nella morbidezza delle forme e nelle infinite pieghe delle vesti”. La morbidezza delle forme e le infinite pieghe esprimono questo delicato e al tempo stesso potente e forte movimento dell’Amore di Dio. Ma credo che quelle infinite pieghe esprimono anche come l’Amore che Gesù ha donato morendo sulla croce, sia penetrato nelle infinite pieghe e feritoie della storia dell’umanità, volendo con nesso raggiungere ogni uomo, ogni situazione, ogni realtà: tutti e tutto.

3. Il corpo di Gesù: il chicco di grano che muore per portare frutto

a) Tutto è compiuto
Cosa è compiuto? La narrazione visibile dell’Amore divino che si è reso visibile. Il corpo di Gesù, che stasera contempliamo esanime con l’aiuto della scultura di Michelangelo, è il segno più significativo della narrazione visibile di quel Dio che nessuno mai ha visto. Questo corpo è l’offerta che Dio fa di sé a tutta l’umanità. La visione di Gesù deposto dalla croce sembra mettere definitivamente a tacere ogni nostra speranza. Eppure quella morte è premessa di una mietitura con giubilo. Il chicco di grano caduto per terra deve morire per portare frutto. Quel chicco di grano morto è ora deposto tra le pieghe delle vesti che avvolgono il grembo della Madre. C’è un tempo della semina e un tempo del raccolto; nella semina si sacrifica il seme; poi verrà il tempo del giubilo dei covoni. Michelangelo ci invita a fermarci per contemplare il tempo che inizia con la morte in croce di Gesù. Il tempo che inizia con la morte del seme; un tempo di mezzo, che non è un tempo inutile, un tempo sprecato. È un tempo di attesa, tempo di contemplazione del mistero più grande di tutta la storia della salvezza: il mistero di una morte che genera la vita, la vita vera. Ed è il mistero della discesa agli inferi, luogo dell’assenza della vita; e lì entra colui che è la vita. Colui che è la luce entra nelle tenebre. E il sepolcro, che è il grembo della madre terra, da cui veniamo e a cui torniamo, diventa il luogo dove è sceso il Verbo della vita, quella parola creatrice di Dio, che dona la vita nuova. Gesù viene cosparso di profumi, mirra e aloe e poi avvolto in lini per la preparazione della Pasqua. Per vivere la Pasqua che è passaggio, liberazione, occorrono due cose: una è già compiuta ed è quel che ha fatto lui: ha consegnato il suo corpo; l’altra è la parte che spetta a noi: guardare il trafitto, contemplare il suo amore, adorare questo corpo. E Maria è la prima discepola che compie questo passaggio. Michelangelo, come un fotografo che vuole immortalare una scena particolare capace di suscitare indescrivibili movimenti dell’anima, sembra invitare anche noi, con quella mano sinistra di Maria appena sollevata, a fissare il nostro sguardo sul mistero dell’amore sconfinato di Dio che ha preso carne da una Madre. Colei che di quel corpo ha una conoscenza “tattile” di Dio, ci invita in modo delicato a soffermarci a contemplare il corpo del Figlio.

b) Perché?
Perché anche a noi quel corpo viene donato. È l’eredità che il Signore ha lasciato a tutti noi quando dice: Prendete, accogliete, mangiate: questo è il mio corpo dato per voi. Quel corpo è la narrazione viva di Dio Padre. Quel corpo è la visibilità dell’invisibile, è il segno dell’amore più grande. L’autore della prima lettera di Giovanni dice: Ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita il Verbo della vita noi lo annunziamo anche a voi. Questo sembra sussurrare la statua del Michelangelo. Giuseppe d’Arimatea sarà il primo che, dopo Maria, una volta vinta la paura e ottenuto da Pilato il permesso di prelevare il corpo di Gesù dalla croce, prenderà tra le sue mani questo corpo. Anche Nicodemo, che era venuto di notte in passato da Gesù per rinascere a vita nuova, esce allo scoperto e porta cento libbre di mirra e aloe (circa trentatre chili di profumo) per onorare la salma del Maestro. Essi lo avvolgeranno nei lini prima della sepoltura: inevitabile il rimando alla prima grotta quella di Betlemme che lo accolse appena nato. Inevitabile nell’immagine della madre con il figlio morto sovrapporre la scena della nascita. Il Figlio qui, però, è immerso nel sonno della morte, preludio del risveglio alla vita eterna. Dall’abbraccio della Madre quel corpo passerà all’abbraccio della madre terra. Lì il Signore entra e dorme in attesa del risveglio. Lì il chicco viene sepolto per fecondare con il suo sangue e il suo spirito. Del sepolcro dove viene deposto Gesù, si dice che è nuovo. Gesù è il primo che vi entra. È nuovo come è stato nuovo il suo modo di vivere e di morire. Si dice “ancora nuovo”: vuol dire ancora nessuno ha compiuto quel passaggio; da allora tutti siamo posti lì; da quando lui è entrato in quel sepolcro, tutti, entrandovi, incontriamo lui che è già lì, col suo amore. Come in principio il Verbo dal nulla, dal caos, ha creato la luce, ha chiamato all’esistenza ogni cosa, così ora il corpo del Verbo, entrando nell’abisso fa rivivere tutto nella vita di Dio. Il sepolcro del crocifisso, luogo di maledizione e di peccato, di morte e di abominio inaugura allora l’incontro della pienezza della Vita.

4. Il silenzio di Maria, silenzio che genera vita

La scultura, con il suo forte potere evocativo, ci rimanda con straordinaria forza al punto culminante del Vangelo di Giovanni, al compimento dell’ora che segna il percorso di tutto il racconto giovanneo, dalle nozze di Cana al momento della solenne dichiarazione di Gesù in croce: “Tutto è compiuto” (Gv 19,30). Mentre tutti fuggono, temendo conseguenze nefaste, sull’orizzonte si stagliano le due figure, quella del Figlio e quella della Madre, in un’unità misteriosa, in continuità con l’unità corporea della gravidanza: i due sono due eppure un tutt’uno nell’abbandono al progetto del Padre. La Vergine Madre assiste ferma e silente allo scontro finale tra le potenze del male e la forza rigenerante dell’Amore. In silenzio Maria si unisce al sacrificio del Figlio. Con il suo sguardo orientato al Figlio, si abbandona completamente alla volontà del Padre, partecipando alla spoliazione del Figlio, il quale, pur essendo Dio, non approfittò delle sue prerogative divine, ma si umiliò svuotandosi fino alla morte e alla morte in croce.
Michelangelo coglie questo sguardo di Maria: è lo sguardo di chi condivide la fatica della redenzione nel suo spazio umano, quello spazio pur tuttavia abitato da sempre da Dio. Maria è raccolta in un atteggiamento mesto. Il Figlio è adagiato morto sulle sue ginocchia. Mentre nel tempio di Gerusalemme si immolavano gli agnelli pasquali, sul Calvario Gesù è l’agnello che celebra la nuova Pasqua. Maria tiene le spoglie del Figlio come un agnello sacrificale: lei lo ha accompagnato in silenzio al luogo del suo sacrificio, a lei è riconsegnato una volta che il sacrifico si è consumato, quanto tutto è compiuto. Le rimane ora di sfiorare con le mani quel libro aperto sulle sue ginocchia. Lui, il Vangelo vivente che il Padre le aveva affidato, è ora lì aperto davanti a lei, squarciato dalla violenza del peccato. Non può fare a meno di sfogliarlo mentalmente, da quell’inizio misterioso a Nazareth fino all’epilogo cruento che si è appena consumata. Di Maria sotto la croce non ci sono riferiti grida e lamenti, come per le donne che accompagnavano Gesù lungo la salita al Calvario.
Non ci sono trasmesse parole, come a Cana di Galilea. Ci è trasmesso solo il suo silenzio. Maria stava. Maria tace al momento della morte di Gesù. Michelangelo la immortala nel suo silenzio. Il linguaggio della croce è il silenzio. Esso impedisce alla sofferenza di disperdersi, di ricercare quaggiù la sua consolazione per aprirsi al suo senso più profondo. Il silenzio che l’ha sempre accompagnata nel suo cammino di sequela al Figlio, la accompagna anche nell’amorosa immolazione della vittima da lei generata (cfr LG 58). “Donna ecco il tuo figlio” sono le ultime parole che Gesù le rivolge guardandola dalla croce. La presenza della Madre è l’unico sollievo nell’ora tremenda del supplizio, l’unica gioia, che, come tra vasi comunicanti, può lenire in entrambi le tante inaudite sofferenze delle ultime ore. In questo ultimo abbraccio, che stiamo contemplando, si consuma una lezione silenziosa, fatta di sguardi muti.
La Madre attinge dal Figlio la maternità che lui gli ha appena affidato. E lei accoglie quell’istinto materno di chi si lascia crocifiggere per dare la vita, di chi fa del proprio dolore una culla e una mensa. Sì, la Madre attinge la maternità dal Figlio che le affida il compito di sopravvivergli continuando ad essere madre per altri figli. Quel grembo che lo aveva un tempo partorito, cullato, protetto lo riceve ancora per un ultimo abbraccio, anticipo del sepolcro. Quel grembo è ora pronto per accogliere tutta l’umanità peccatrice e al contempo redenta. Tutti noi siamo passati in quell’ora nel grembo di Maria, nelle sue viscere, intrise di sapienza materna della croce. Lì siamo divenuti suoi figli. Nella mano sinistra che Maria tiene sollevata nella scultura è allora possibile leggere anche un altro invito: quello ad accoglierla ta idia, tra le nostre cose più care, nella nostra casa, nella nostra vita.

5. La giovinezza del volto di Maria

“Ed è qui l’intuizione di Michelangelo, che ci mostra una madre più giovane dello stesso figlio, trasformando la Pietà in una maternità. La vergine continua ad essere quella che teneva in braccio il bambino, anche nel momento estremo della morte. Madre, e senza tempo”. La giovinezza di Maria è il frutto di una vita caratterizzata dal Sì alla volontà di Dio. La sua vita è stata una grande Annunciazione, perché quel Sì pronunciato all’Arcangelo Gabriele è riecheggiato ogni giorno nella sua vita, facendo continui atti di fede in Dio, nella sua Parola anche se velata dal mistero. Nell’Annunciazione, la fanciulla di Nazareth vive un turbamento iniziale: l’infinito di Dio entra nel finito dell’uomo, l’eternità di Dio entra nella storia dell’umanità, e questo genera una sorta di terremoto. E’ ciò che è avvenuto nel cuore di Maria. L’Angelo allora la conforta: “non temere, perché hai trovato grazia presso Dio” (Lc 1, 30). Maria si fida di Dio e per accogliere pienamente la sua parola pone una domanda, usa la fede e la ragione e così il suo Sì spalanca la porta della sua libertà a Dio: “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola” (Lc 1, 38).
Il Sì dell’Annunciazione trova eco nel Sì della Visitazione. Maria “in quei giorni si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda” (Lc 1, 39). La “fretta” di Maria esprime la sua fermezza e determinazione nel compiere e vivere la volontà di Dio; esprime altresì la consapevolezza che accogliere la Parola di Dio e cibarsi di essa è una esigenza profondissima del suo cuore a cui non può sottrarsi. Maria dunque va’ da sua cugina Elisabetta.
La fede di Maria spalanca la porta del suo cuore anche in occasione della Natività di Gesù. Ella si ritrova a partorire suo figlio, il Figlio di Dio in una grotta, quasi contraddicendo secondo gli occhi umani le parole dell’angelo: “Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine” (Lc 1, 31-33). Maria adagia il Figlio di Dio nel ruvido legno di una mangiatoia, così come quello stesso Figlio verrà adagiato circa trent’anni dopo nel ruvido legno della croce. Una mangiatoia destinata alle bestie, così come quella croce è destinata ai maledetti per i giudei e agli “animali” per i romani. Così i romani trattavano i crocifissi.
Quale sì ha dovuto pronunciare Maria! Lei si fida e va avanti. Sì, va avanti dicendo un altro faticoso e doloroso Sì in occasione della smarrimento e ritrovamento di Suo Figlio. Dopo tre giorni di angosciosa ricerca, preannuncio dell’angoscia del Figlio nel Getsemani e dei tre giorni della sua pasqua, Maria incontrandolo nel Tempio le dice: “Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo”. Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?. Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro” (Lc 2, 48-50). Maria non comprende; il suo cuore stremato dall’angoscia e dalla fatica di tre giorni di ricerca, segnata anche dal senso di colpa per aver perduto suo Figlio, il Figlio di Dio, si fida ancora di Dio. E nel silenzio di chi non comprende, ma si fida, pronuncia il suo ennesimo “Eccomi”.
Il cammino di Maria continua, la sua peregrinazione nella fede prosegue sulle strade della missione del Figlio e a Cana rinnova il suo Sì. Ella, con la sensibilità propria di una donna, coglie il disagio dei festeggiati e subito con fiducia ricorre al Figlio, intercede, presentando il bisogno e null’altro, con queste parole: “«Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora»” (Gv 2, 3-4). E lei, pronunciando le parole della fede, disse ai servitori: “«Qualsiasi cosa vi dica, fatela»” (Gv 2, 3-5). Un’apertura totale alla volontà di Dio. La vita di Maria un cuore totalmente aperto, spalancato al cuore di Dio; un Dio che desidera ardentemente abitare in lei, dimorare in lei, regnare in lei, condividere con lei il banchetto delle nozze eterne, dell’amore infinito già su questa terra.
Ma Maria non si ferma, cammina e ogni passo lo colloca sulle orme del Figlio, fino al sì più decisivo: “Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.” (Gv 19, 25-27). In questo Sì Maria vive la fede nella sapienza di Dio e nella ragionevolezza dell’Amore di Dio, la cui misura è un amore senza misura. Le due ali, fede e ragione, conducono Maria sul vero monte santo: il monte dell’offerta di sé unita a quella del Figlio; il monte della vera umanità: “Li amò fino alla fine” (Gv 13, 1); il monte del vero amore: “Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13, 34). Maria dice ancora sì nel silenzio drammatico della crocifissione, dice sì accogliendo suo Figlio morto tra le sue braccia e con lui accogliendo ogni uomo rappresentato dal discepolo che amava, Giovanni.
Tutti questi Sì hanno reso il volto di Maria giovane, hanno reso il cuore di Maria giovane, hanno riempito Maria della giovinezza di Dio. Ecco allora le parole dell’angelo che svelano tutta la loro ricchezza: “Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te” (Lc 1, 28). “Pienezza di grazia” e cioè pienezza della giovinezza di Dio: dono ricevuto da Maria nella sua immacolata concezione e che ella ha confermato con i suoi continui Sì, traboccanti di fiducia nella sapienza di Dio e nella ragionevolezza del Suo Amore. Questi sì sono stati solo alcuni dei tanti pronunciati ogni giorno nella sua vita. L’osservazione che l’evangelista Luca fa al termine del Magnificat e cioè che “Maria rimase con lei (sua cugina Elisabetta) circa tre mesi, poi tornò a casa sua” (Lc 1, 56) è particolarmente significativa in merito e ci conferma questo. Essa non ci dice nulla di quei tre mesi, ma in contro luce ci dice tutto: ci dice l’“eccomi” di Maria quotidiano, semplice, nascosto, ci dice che Maria ha fatto straordinariamente bene le cose ordinarie fidandosi continuamente di Dio. Ecco il segreto della giovinezza di Maria.
Il noto critico d’arte che ci accompagna in questa riflessione, parlando delle fonti a cui si è ispirato Michelangelo per realizzare questa opera, indica delle “sculture largamente diffuse in Italia di provenienza tedesca e denominate Vesperbild, perché legate alle celebrazioni del Venerdì Santo: lo schema è identico, con la vergine vestita e il Cristo morto nudo in braccio. Ma quella spigolosa nitidezza si trasforma in Michelangelo in una dolcezza senza fine, un’umanissima meditazione della giovane donna sul figlio morto”. Sì, Maria, contemplando con “una dolcezza senza fine” il figlio morto tra le sue braccia è come se rileggesse il libro della sua vita e in ogni pagina che sfoglia rivede tutti i suoi sì, i suoi atti di fede nella sapienza di Dio e nella ragionevolezza del suo amore e dicesse: dove mi hanno condotto? Dove sei Figlio mio? La risposa ce la dona lo stesso Michelangelo, presentandoci, come già evidenziato, un corpo di Gesù così bello, così perfetto che è già preannuncio della sua risurrezione.

6. Maria Madre Tenerissima

Madre tenerissima,
cuore, in cui l’Infinito Cuore di Dio si è riversato,
amore, in cui l’Amore ha trovato riposo,
ti guardo, mentre tieni nelle tue braccia il Cristo, Signore dell’Universo.
Tutto il dolore del mondo è tra le tue braccia,
tutto tu hai preso e abbracciato del Tuo Figlio, dei Tuoi figli.
In ogni attimo di dolore,
in ogni sofferenza nascosta,
tu sei lì, silenziosa, inerte,
ma potente nel tuo abbandono.
La tua presenza è pace,
la tua presenza è sicurezza,
la tua fede è roccia,
su cui i nostri passi procedono sicuri.
Tutto accogli nelle tue braccia,
ogni lacrima, ogni ferita.
Regina potente e Madre Buona
non finirai mai di accompagnare,
su strade altrimenti inaccessibili,
uomini e donne feriti da tutto ciò che non viene dall’Amore.
Ora ti chiedo: non lasciarmi mai
non permettere che nulla ci separi.
Sono creatura bisognosa di essere amata e guidata
alla sorgente dell’Amore,
il tuo Dio, il mio Dio, l’Amore.

Originally from: La Theotokos